Seniors’ Culture and History – Open, Living and Recounted

GIVE 2009C’è una cosa che accomuna tutti gli aeroporti: il vedere persone che non si incontrano da tanto tempo. Ogni volta mi soffermo a guardare e la cosa che mi colpisce sono gli incontri tra nonni e nipoti, tra mamme e figli che non si vedono da tanto tempo e ogni volta la commozione mi fa spuntare le lacrime e anche in questo piccolo aeroporto di Bacau dove devo incontrare il grande Guszti si ripetono queste scene. La differenza sta nel fatto che mi sembra di capire ci siano moltitudini di “badanti” che sono ritornate a casa con i loro piccoli tesori e il loro incontro con i familiari mi suona ancora più significativo. Ma ecco, a distrarmi da questo momento di riflessione, la visione del Professore G. che con in mano una mela di benvenuto ci conduce verso il nostro destino di questi futuri giorni.

Il taxi, non proprio nuovo, va nella notte buia, attraversa paesi per me sconosciuti, vedo correre alberi, camminare tante persone lungo i bordi della strada, dei carri trainati dai cavalli, biciclette, vedo attraversare passaggi a livello non chiusi e mi sento immersa in un altro mondo e comincio il mio cammino all’indietro nel tempo. Sono anche un po’ spaventata per questo incontro con persone estranee che non ho mai conosciuto e con le quali dovrò collaborare, fare delle attività con gli anziani, con i disabili e con operatori di diverse realtà.

Per fortuna non sono sola: con me c’è qualcuno di Palermo, veramente non lo conosco bene, ma è pur sempre un mio conterraneo!!! Sento ancora la calda voce di Guszti che ci dà il benvenuto raccontando tutto di quella terra: ci illustra la storia, la geografia, ci racconta episodi che, per me, in quel momento, risultano veramente incomprensibili. Conosco molto poco di quel paese, la Transilvania, soltanto quello che ho sentito dai turisti o dalle poche cose che ho letto: è il paese di Dracula, “vai a visitare il castello!” , ci sono paesaggi bellissimi e così tanti altri stereotipi; ma la voce di Guszti incalza: qui c’era il confine con l’Ungheria; qui siamo nel paese dei “Csango”; andremo a Csikszereda; ma, mi chiedo, non dovevamo andare a Miercurea Ciuc? Il paese che significa “il mercato del mercoledì” e così per ben quattro ore sento risuonare la sua voce dentro me.

Non faccio domande. Anche se non capisco, penso che ci sarà tempo per comprendere meglio; mi piace entrare pian piano nella nuova avventura.

Così, l’indomani mattina conosco tutto lo staff di Soros Educational Center Foundation e incontro i miei tutor: Katy, Guszti, Marci . Ci presentano un ricco programma denso di appuntamenti e visite in città vicine e, per la prima volta in vita mia, non devo fare nulla, mi conducono loro e questo, per la prima settimana è stato molto importante perché ho avuto modo di comprendere la loro cultura e, anche, capire cosa fare per avviare un vero scambio. Sin dal primo momento ho fatto tante esperienze: abbiamo visitato musei che mi hanno aiutato a comprendere la travagliata storia di questo popolo, abbiamo toccato con mano le tante realtà di volontariato che mi hanno fatto comprendere veramente le loro problematiche, ho cominciato a capire meglio la loro vita, le loro realtà, le problematiche sociali ed i loro bisogni.

Ogni giorno pensavo che stavo ricevendo tanti doni e anch’io volevo lasciare un segno, un qualcosa che potesse significare scambio, relazione, reciprocità; e, cosi, quando abbiamo prestato la nostra azione di volontariato presso una struttura per anziani, (Asociatia Riehen Providentia) oltre a fare la seconda presentazione della nostra Sicilia, cosa che insieme a Claudio Russo creava sempre delle emozioni e un’attenzione abbastanza alta e momenti di convivialità importanti, ho deciso di avviare, l’ultimo giorno con loro, un’attività di narrazione.

Devo fare una piccola premessa, per me la narrazione interculturale è un qualcosa che fa parte della mia professionalità, penso che attraverso la narrazione si possano aprire tante porte. La narrazione è innanzitutto, un luogo privilegiato dove, raccontando, si impara a conoscere l’altro, a comprenderne la diversità e a valorizzarla, a superare i pregiudizi e gli stereotipi, ad accettarsi reciprocamente. La narrazione consente di creare un’atmosfera in cui ciascuno possa sentirsi a proprio agio, in cui il cambiamento e la trasformazione sono resi possibili dal confronto con gli altri; gli ascoltatori possono immedesimarsi con il narratore e ne rispettano il ruolo poiché vige la regola fondamentale di non interrompere, giudicare o commentare i racconti. L’immedesimazione con l’altro, diverso da me, è la condizione preliminare che apre la via all’inclusione sociale e all’integrazione interculturale, la possibilità di comunicare e di raccontarsi nella propria lingua può favorire il consolidarsi di legami sociali rispettosi dell’identità culturale di ciascuno.

Attraverso la narrazione ognuno può ritrovare la propria storia, può venir fuori dalla solitudine, può “rinascere”. E questo è quello che è successo in quella giornata in cui mi sono trovata a condurre questo laboratorio con gli anziani della Providentia ……

Ho ascoltato storie di guerra, di emigrazione, di solitudine, di emarginazione, di morte, ma ho scoperto dietro quei volti consumati dal tempo, dalla fatica e dalla povertà, la vita e la gioia per quell’incontro e la possibilità di amicizia e che, ancora, ci possa essere qualcosa.

Mi sono commossa nel momento in cui Abram, un uomo che è vissuto in Italia, dopo che io avevo raccontato la mia storia mi ha detto “forse la tua casa delle fate adesso è qui! l’hai trovata!” e io insieme a quelle donne e a quegli uomini mi sono fermata, non ho cercato il mio asino per salire sulla montagna e arrivare alla casa delle fate, quella che mio padre mi raccontava essere sulla Montagna Grande, quella che di nascosto ai miei genitori ho tentato di raggiungere a cavallo di un mulo che non voleva saperne di condurmi in quel luogo. Ho tentato tante, tante volte di raggiungere quella piccola casa ma mai vi sono riuscita.

Penso di avere incontrato in quell’incontro e in tutti quei giorni vissuti in Romania e con il suo popolo “il Dio delle piccole cose”:

  • il regalo di una piccola mela nascosta in tasca
  • L’abbraccio di un vecchio
  • il canto di un nonno di 90 anni
  • il valzer ballato insieme agli altri
  • il giardino silenzioso
  • le mani di Barbara che lavorano freneticamente
  • la costruzione di una bambolina per farne un dono
  • La simpatia di Guszti
  • Il silenzio e le attenzioni di Marci
  • La religiosità
  • la convivenza di più religioni

Ma soprattutto ho incontrato persone eccezionali che mi hanno donato la loro amicizia, ho incontrato tanta tristezza ma anche tanta dolcezza e tanta accoglienza.

Ho anche fatto una visita presso la casa di una donna che mi ha fatto comprendere attraverso il racconto della sua storia la vera realtà del popolo Csango; finalmente ho potuto svelare il mistero e rispondere alla domanda “chi erano i Csango??

perché soltanto attraverso le storie di vita vissuta si può comprendere non solo la persona ma anche la “Storia” di un paese e di un popolo.

APOLLONIA: nata di domenica, il mio nome lo ha scelto mio padre, è un nome di un Dio, sono fiera di appartenere ai Csango , mio marito era un uomo Csango! A causa della guerra sono stata costretta a lavorare lontano da casa, presso una scuola lontana dal mio paese, le colleghe mi dicevano che dovevo vergognarmi, che era vergogna appartenere ai Csango. Ma io e mio marito che è morto e i miei figli eravamo e siamo CSANGO! Così continua apollonia con una lacrima furtiva che scende: “ Un giorno dalla finestra della scuola ho visto un carro con degli uomini e donne Csango che passavano, non ho potuto resistere e sono corsa da loro li ho abbracciati e ho pianto con loro”.

Solo dall’ascolto di questo racconto si può comprendere l’importanza di appartenere ad un gruppo che fino ad oggi ha dovuto combattere per rimanere vivo, e solo attraverso la sua narrazione io mi sono interessata a questo popolo, ho oggi voglia di approfondire la loro realtà e di diffondere le mie scoperte per creare un ponte di solidarietà.

Durante i 28 giorni di settembre Ho visitato luoghi e città molto belle ma soprattutto ho incontrato persone meravigliose, sono stata a contatto con realta` veramente tristi, ho visitato orfanotrofi, strutture per handicap, case per anziani, scuole ed ho anche assistito all`apertura dell`anno scolastico della Martoon Aron, ma da ogni luogo ho portato con me esperienze molto forti: la religiosità., la coerenza , la serietà, la bontà, la professionalità, il sacrificio.

Concetta OLIVIERI – Voluntaria Segnor del progetto: SCHOLAR